喪失感 Soshitsukan: l'Anima Sospesa della Letteratura Giapponese

C'è un filone narrativo, una sensibilità ricorrente, che più di ogni altra ha definito la letteratura giapponese moderna e contemporanea agli occhi del mondo. È un tipo di racconto che si allontana dai percorsi lineari a cui siamo abituati, per esplorare territori di malinconia, alienazione e una strana, quieta bellezza. Oggi proviamo a dargli un nome e a capirne le origini, il significato e la potenza.

La parola chiave: Soshitsukan (喪失感)

Non esiste un'etichetta di genere ufficiale, ma se dovessimo scegliere una parola per catturare l'essenza di questo filone, 喪失感 (Sōshitsukan) sarebbe la più adatta. Il "senso di alienazione" (疎外感, sogai-kan) ne è spesso una conseguenza, ma la perdita (sōshitsu) è quasi sempre il motore immobile della narrazione.

La parola è composta da questi kanji:

喪 (sō): lutto, privazione, perdita
失 (shitsu): perdere, smarrire, mancare
感 (kan): sentimento, sensazione

Quindi, Sōshitsukan è letteralmente "il sentimento della perdita e dello smarrimento". Rappresenta il vuoto lasciato dalla perdita di una persona, di un'identità o di uno scopo, e quel vuoto diventa il vero protagonista della storia.

La definizione del "genere" un'estetica della sospensione

La prima difficoltà che incontriamo è che non si tratta di un vero e proprio "filone" o "genere" narrativo: probabilmente, se chiedessimo a Haruki Murakami o a Banana Yoshimoto se si sentono parte del genere Sōshitsukan non saprebbero di cosa stiamo parlando. Però, pur non essendo un genere riconosciuto e formalizzato, le caratteristiche che cercherò di raccogliere in questo post sono diffuse e frequenti, più come una sensibilità comune, o uno "spirito del tempo" che ha pervaso il Giappone dal dopoguerra a oggi, e in particolare dopo gli anni '80.

Proviamo a delineare le sue caratteristiche: al cuore della narrativa giapponese contemporanea troviamo quasi sempre un protagonista che agisce più da osservatore passivo che da agente del cambiamento. È un personaggio che spesso vaga, quasi fluttua, in un'ambientazione urbana – tipicamente una Tōkyō realistica ma al contempo trasfigurata, quasi onirica. La trama raramente è lineare o finalizzata a un obiettivo esterno; è piuttosto un percorso episodico e interiore, una discesa nell'anima quasi sempre innescata da un evento di perdita. In queste storie, l'atmosfera è tutto: una malinconia diffusa, un senso di nostalgia per qualcosa di indefinibile, e la frequente irruzione del surreale (un pozzo misterioso, una telefonata dall'oltretomba, un gatto che parla) nella più banale quotidianità. Di conseguenza, le storie non si concludono con una risoluzione netta e catartica, ma con una quieta e ambigua accettazione della propria nuova condizione.

Le radici storiche: letteratura come specchio della nazione

Come ogni grande corrente artistica, anche questa sensibilità non è un'astrazione, ma lo specchio fedele delle ferite, delle ansie e dei cambiamenti che hanno attraversato il Giappone. Possiamo identificarne la nascita e l'evoluzione in tre momenti storici chiave:

Il Dopoguerra: il trauma della sconfitta e la perdita di un'identità nazionale e imperiale creano il terreno fertile per i primi grandi romanzi sull'alienazione esistenziale. La società deve ricostruirsi, ma l'individuo si sente perso.

Il post-miracolo economico (anni '80-'90): il Giappone è una potenza economica, ma il benessere materiale rivela un profondo vuoto spirituale. La pressione al conformismo nella vita aziendale e sociale diventa soffocante. La letteratura risponde con una fuga nell'interiorità, nel sogno, nel surreale.

La società contemporanea: le "decadi perdute", la crisi economica, la precarizzazione del lavoro e l'isolamento tecnologico alimentano nuove forme di alienazione, più legate al non riuscire (o non volere) adattarsi a ruoli sociali predefiniti.

La genealogia degli autori e delle opere

I padri fondatori: Osamu Dazai con "Lo squalificato" (人間失格, Ningen Shikkaku, 1948) scrive il manifesto della disperazione e dell'incapacità di "recitare" una parte nella società. Kōbō Abe con "La donna di sabbia" (砂の女, Suna no Onna, 1962) mette in scena un'allegoria kafkiana sull'assurdità dell'esistenza.

・Gli eroi della sospensione onirica: Haruki Murakami (da "Nel segno della pecora" a "Kafka sulla spiaggia") e Banana Yoshimoto ("Kitchen") diventano fenomeni globali negli anni '80 e '90. Con loro, il Sōshitsukan apre le porte a mondi paralleli, pozzi misteriosi, telefonate da persone morte e cucine che diventano rifugi magici.

・Le voci della nuova alienazione: Sayaka Murata ("La ragazza del convenience store"), Yōko Ogawa ("L'anulare"), Mieko Kawakami ("Seni e uova"). Queste autrici esplorano l'alienazione dal punto di vista di chi rifiuta i ruoli imposti dalla società, in particolare quelli di genere, cercando forme di esistenza e di relazione non convenzionali.

Fonti critiche

Come dicevamo, questa non è una letteratura di azione, ma di atmosfera; non di risoluzione, ma di contemplazione. E questa sensibilità è stata catturata perfettamente da diversi studiosi.

・Tra i primi a identificare questo "filo conduttore" narrativo dobbiamo menzionare il grande nipponista Donald Richie. Analizzando il cinema di Ozu, ma estendendo il concetto a una più ampia estetica giapponese, Richie ha notato come spesso i personaggi sembrino languire in uno stato sospeso tra realtà e sogno, senza una vera evoluzione o un catartico superamento dei propri conflitti. Questa "sospensione" è il cuore pulsante di queste opere.

・Su Haruki Murakami, il traduttore e critico Jay Rubin ha evidenziato nel suo saggio "Haruki Murakami and the Music of Words" come la perdita non sia un problema da risolvere, ma un "portale". Il protagonista non cerca di recuperare ciò che ha perso, ma attraversa questo portale per esplorare il mondo surreale e interiore che il vuoto ha spalancato.

・Il più importante studioso italiano di letteratura giapponese, Giorgio Amitrano, ha spesso sottolineato nelle sue analisi (ad esempio, nell'introduzione a "Kitchen" di Banana Yoshimoto) come il "vuoto" e il "silenzio" in questi romanzi non siano assenze, ma spazi narrativi attivi, carichi di significato, in cui i personaggi possono ritrovarsi.

Lo specchio occidentale: il viaggio dell'anti-eroe

Per capire la radicale diversità di questo approccio, basta confrontarlo con la struttura portante della narrativa occidentale: "il viaggio dell'eroe". Teorizzato da Joseph Campbell nel suo saggio "L'eroe dai mille volti", questo "monomito" prevede una struttura in tre atti:

Partenza: L'eroe lascia il suo mondo ordinario.
Iniziazione: Affronta prove, sconfigge nemici e ottiene una nuova consapevolezza.
Ritorno: Torna a casa trasformato, con un "elisir" (una conoscenza, un potere) per salvare la sua comunità.

Nella letteratura del Sōshitsukan, questo schema è quasi sempre sovvertito. Il protagonista non è un eroe. Il suo viaggio non è per "sconfiggere" il drago della perdita, ma per imparare a convivere con la sua ombra. La "rinascita", quando avviene, non è un trionfo, ma una quieta e malinconica accettazione della propria incompletezza. Non c'è nessun elisir da riportare a casa. Il viaggio è fine a se stesso, una discesa nell'anima che non offre soluzioni, ma forse, solo un nuovo modo di guardare al proprio vuoto.

Di questa precisa intenzione artistica, di questa scelta consapevole di un percorso alternativo, è lo stesso Haruki Murakami a fornirci la prova definitiva nel suo romanzo "Kafka sulla spiaggia". Per bocca del personaggio di Ōshima (l'intellettuale, colto ed enigmatico bibliotecario che aiuta il protagonista, Kafka Tamura), parlando del romanzo "Il minatore" di Natsume Sōseki, dice:

«Nel Minatore di Sōseki c'è un giovane protagonista. Un tipo semplice, onesto e diretto. Senza problemi psicologici. [...] Questo protagonista non ha la minima evoluzione. Dall'inizio alla fine non cresce di un millimetro. È così e basta.»

Con queste poche parole, Murakami demolisce l'idea che la mancanza di un "arco del personaggio" sia un difetto o un'incapacità, ma la presenta invece come una precisa e consapevole scelta stilistica e filosofica.

Questa letteratura non ci dà risposte. Ci offre qualcosa di forse più prezioso: la sensazione di non essere soli nel nostro smarrimento.

E tu cosa ne pensi? Quali di questi autori ti hanno colpito di più? C'è un autore che ha saputo raccontare il tuo personale "senso di perdita"?


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