型 Kata: La Forma Giapponese. Obbedire, rompere, trascendere
Nell'ultimo articolo ho tentato di esplorare la filosofia della "Via" (Dō, 道), intesa come percorso di perfezionamento che dura tutta la vita. Oggi ci concentriamo sullo strumento pratico, sul mezzo che permette di percorrere quel sentiero: il 型 (Kata), la Forma.
Kata si può definire come la ripetizione rigorosa di una sequenza predefinita. Per la mentalità occidentale, spesso ossessionata dall'originalità a tutti i costi e dall'espressione individuale, questo concetto può sembrare una prigione creativa, un esercizio arido e soffocante. Per il pensiero giapponese è esattamente il contrario: è il sentiero obbligato, l'unica via per raggiungere la vera libertà espressiva e spirituale. Proviamo a svelare insieme questo affascinante paradosso.
La parola: lo stampo dell'esperienza
Il kanji 型 (Kata) ha un'etimologia molto concreta. È legato ai caratteri di 土 (terra/argilla) e 刂 (coltello), e la sua immagine originale era quella di uno stampo di argilla, un modello usato per dare forma a qualcosa. La metafora è molto precisa: il kata è lo "stampo" creato dalla saggezza dei maestri, all'interno del quale l'allievo versa il proprio spirito grezzo per dargli forma, disciplina e raffinatezza.
Il cuore del concetto: il paradossi dello Shu-Ha-Ri
Come può la costrizione di una forma portare alla libertà? La risposta risiede nel concetto fondamentale dello 守破離 (shu-ha-ri), le tre fasi dell'apprendimento in ogni Dō.
Shu (守): "Proteggere, obbedire". È la fase dell'imitazione perfetta e acritica. L'allievo copia il kata del maestro senza deviare, senza fare domande, migliaia di volte. Lo scopo è assorbire i fondamenti in modo così profondo da renderli inconsci, come imparare le scale musicali. In questa fase, il kata è una "biblioteca vivente" che trasmette la saggezza accumulata da generazioni di maestri.
Ha (破): "Rompere, staccarsi". Dopo aver padroneggiato la forma fino a che il corpo si muove da solo, l'allievo inizia a capire i principi che la sottendono. Ora può, e deve, iniziare a sperimentare. Comincia a "rompere" le regole in modo consapevole, a interrogare la tradizione e ad adattare la forma al proprio corpo e al proprio spirito. È la fase dell'innovazione.
Ri (離): "Lasciare, trascendere". È la fase della maestria. L'allievo non è più legato al kata; lo ha talmente assorbito che la tecnica è diventata parte di lui, un istinto. Non c'è più distinzione tra sé e la forma. Ora può "lasciare" la forma e muoversi liberamente, senza pensare. Non sta più eseguendo il kata: lui è il kata. Ha raggiunto la vera libertà, quella che non nasce dal rifiuto delle regole, ma dalla loro totale interiorizzazione.
Le manifestazioni del kata: oltre le arti marziali
Sebbene sia celebre nelle arti marziali, il principio del kata è presente quasi in ogni aspetto della cultura giapponese, come una invisibile grammatica dell'azione.
Nelle arti marziali (武道, budō): come dicevo è l'esempio più ovvio, con le sequenze di movimenti (kata) che sono il cuore della pratica del Karatedō, del Jūdō, del Kendō, etc.
Nelle arti performative (芸道, geidō): i movimenti codificati di un attore nel Teatro Nō o Kabuki sono dei kata. La sequenza precisa e immutabile di gesti nella Cerimonia del Tè (茶道, sadō) è un kata. Gli stili fondamentali dell'Ikebana (華道, kadō) sono dei kata.
Nella vita sociale: l'etichetta giapponese è, in sostanza, un insieme di kata sociali. Il rituale dello scambio dei biglietti da visita (名刺交換, meishi kōkan), le diverse profondità dell'inchino (お辞儀, ojigi), l'uso corretto del Keigo: sono tutte "forme" che, una volta interiorizzate, permettono di agire in modo appropriato e "libero" in ogni contesto, senza l'ansia dell'improvvisazione.
Arti dell'ospitalità e del gusto: nel laboratorio di uno shokunin (職人, artigiano) il kata è ripetizione devota. Lavare e macinare il grano saraceno, impastare, stendere e tagliare i soba (手打ち, teuchi); preparare il riso e i neta; lucidare, modellare e cuocere i wagashi. Anni sugli stessi gesti affinano sensibilità e tempismo, finché la forma non incanala lo stile personale: il punto esatto della cottura del tamagoyaki, la pressione della mano sullo shari, la lucentezza dello zucchero tirato. Parlerò in modo approfondito dello shokunin nel prossimo articolo.
Shodō 書道: il kata della calligrafia è nell'ordine dei tratti, nel peso del pennello e nelle pause. I tre registri principali - kaisho (regolare), gyōsho (semi-corsivo), sōsho (corsivo) - non sono "gabbie", ma scale che liberano il gesto una volta interiorizzate: prima la struttura, poi il flusso, infine la dissolvenza della forma in energia del segno.
Miyadaiku 宮大工: la carpenteria dei santuari. È la casa del kata: tracciature rituali, incastri 木組み (kigumi) senza chiodi, attrezzi manuali, e una sequenza di lavorazioni tramandate in bottega. Ogni passo ha un nome e un perché; l'ordine non è opzionale perché l'esito statico e simbolico dipende dalla forma del processo.
Urushi 漆: la laccatura a strati. Anche la lacca segue un kata: preparazioni dello strato di fondo (shitaji), stuccature con sabi-urushi, stesure sottili e lunghi tempi di polimerizzazione in umidità controllata (muro furo), fino alla lucidatura nera profonda del roiro. È una disciplina di strati, attese e ritorni, dove l'errore non si può "coprire" ma ci costringe a rifare l'intero passaggio.
Nihontō 日本刀: la forgiatura della spada. Il ciclo classico ha tappe con nomi codificati: tanren (piegature), hizukuri (sbozzatura), tsuchioki (argilla), yaki-ire (tempra e hamon), poi il togi (politura) e il koshirae (montature). Non è tecnica "meccanica": è un kata che ordina calore, colpi e tempi, per far emergere una linea di tempra unica e irripetibile.
Fonti e prospettive critiche
Il valore formativo del kata e il percorso dello Shu-Ha-Ri sono stati analizzati da maestri di diverse discipline, che ne hanno sottolineato l'importanza per raggiungere la vera maestria.
Le origini nelle Vie artistiche: Il concetto di Shu-Ha-Ri (守破離), sebbene oggi famoso nelle arti marziali, ha le sue radici più chiare negli insegnamenti dei maestri della Cerimonia del Tè (茶道, sadō), in particolare con Sen no Rikyū. Furono loro a codificare l'idea di un apprendimento che passa dall'imitazione rigorosa alla rottura creativa e infine alla trascendenza. Anche Zeami Motokiyo, il genio del Teatro Nō, nei suoi trattati insisteva sul fatto che un attore deve prima padroneggiare alla perfezione tutte le forme esistenti (Shu), per poi poter creare un "fiore" (花, hana) che sia unico e nuovo (Ha e Ri).
La prospettiva dello Zen: Il filosofo D.T. Suzuki, nel suo fondamentale saggio "Zen and Japanese Culture", spiega la base psicologica di questo processo. La pratica incessante del kata non serve a meccanizzare il corpo, ma a liberare la mente. L'obiettivo è raggiungere uno stato di mushin (無心), o "non-mente", in cui il corpo si muove da solo, senza l'interferenza dell'ego o del pensiero cosciente, permettendo all'azione di diventare pura e spontanea.
L'universalità di questo modello è tale che il concetto di Shu-Ha-Ri è stato adottato con successo in Occidente in campi inaspettati come lo sviluppo software, dove viene usato nelle metodologie Agile per descrivere il percorso di un team dalla stretta aderenza alle regole fino all'innovazione autonoma.
Per vedere il kata in azione
Per capire come questo percorso dalla disciplina alla libertà venga rappresentato, la cultura pop e il cinema ci offrono esempi magnifici.
"Barakamon" (ばらかもん), manga di Satsuki Yoshino: Handa Seishū è un giovane e talentuoso calligrafo (shodōka) che ha una tecnica impeccabile (ha padroneggiato lo Shu), ma la sua arte è rigida, accademica e priva di anima. Dopo essere stato esiliato su un'isola remota, attraverso l'interazione con gli abitanti, impara a "rompere" (Ha) le sue convinzioni e a trovare uno stile personale e autentico, raggiungendo così la fase Ri.
"Okuribito / Departures" (おくりびと, 2008): il film di Yojiro Takita mostra come il rituale del servizio funebre (納棺, nōkan) sia puro kata, una sequenza codificata di gesti lenti e precisi che restituisce dignità al defunto e calma ai vivi. Una forma "rigida" diventa linguaggio di rispetto e consolazione.
"March Comes in Like a Lion" (3月のライオン), manga di Chica Umino: nel gioco dello 将棋 (shōgi), i cosiddetti "scacchi giapponesi", le sequenze d'apertura codificate (jōseki) sono l'equivalente strategico del kata: impari la forma per poterla "rompere" quando serve. È un ritratto gentile di come la forma incida sul carattere.
"Karate Kid" (1984): la lezione più famosa sulla fase Shu l'abbiamo ricevuta tutti dal Maestro Miyagi. Le infinite ore passate a "mettere la cera, togliere la cera" non erano un lavoro, ma un kata mascherato. Daniel stava interiorizzando i movimenti della difesa in modo inconscio, liberando la sua mente dal "pensare" per poter poi "agire" istintivamente.
"Jiro Dreams of Sushi" (2011): questo film è un inno allo Shu-Ha-Ri e al kata nel mondo dell'alta cucina. Vediamo gli apprendisti di Jiro che devono passare mesi, a volte anni, a ripetere un singolo gesto (come la preparazione dell'omelette tamagoyaki) fino alla perfezione assoluta. Solo dopo aver padroneggiato questo kata per un decennio (Shu), possono sperare di iniziare a capire i principi più profondi (Ha) e, forse un giorno, a trascenderli (Ri).
Conclusione
Il Kata non è una gabbia, ma un crogiolo: è la struttura rigorosa all'interno della quale la tecnica viene purificata, il superfluo viene eliminato e la mente viene liberata dall'incertezza del "cosa fare dopo". È il paradosso affascinante per cui, in Giappone, la massima disciplina è il sentiero verso la massima spontaneità.
Abbiamo esplorato la filosofia della "Via" (Dō) e la "Forma" (Kata) che permette di percorrerla. Ma chi è la persona che dedica l'intera esistenza a questo percorso, fino a diventare un tutt'uno con la propria arte? Nel prossimo articolo incontreremo la figura che incarna la sintesi perfetta di Dō e Kata: lo Shokunin (職人), l'artigiano.
E tu cosa ne pensi? Hai mai seguito un kata nella tua vita, in un'arte, in uno sport o nel lavoro? Pensi che la ripetizione di una forma sia un limite o un aiuto alla creatività?
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